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Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza

Due amici “fanno affari” vendendo porta a porta gadget per feste di carnevale. Ci sono i denti da vampiro (anche con canini extra-lunghi), un must per ogni festa che si voglia dir riuscita, la bustina che se scossa ride, e un articolo dedicato a un mercato di nicchia, la “maschera di zio dentone”. Tali oggetti sono patetici, ma nel micro-mondo di “Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza” non si nota. I due amici vorrebbero far divertire la gente, o almeno questo dichiarano, ma non sorridono mai.

Questa l’esile trama del film dello svedese Roy Andersson – da alcuni dichiarato erede legittimo dell’estetica di Ingmar Bergman – che ha vinto il Leone d’oro nel 2014. A scanso di equivoci: è bellissimo. I due protagonisti sono solo alcune delle figure pirandelliane che si muovono disperatamente in un mondo in miniatura, dalla fotografia cadaverica, che riflette il logorio dell’inesorabile incedere dell’esistenza. Si ride con amarezza di fronte a “Un piccione…”: è tutto così assurdamente triste, la risata è l’unica possibilità di scampo.

Il film inizia con un terzetto di corti dal titolo “Incontro con la morte”, prosegue con la sezione centrale principale, e finisce con due code titolate “homo sapiens”. Il montaggio non c’è, se non per passare da una sequenza all’altra, e la mente torna a “71 frammenti di una cronologia del caso” (1994, Michael Haneke). Ma in Haneke la mancanza di montaggio rifletteva la convergenza final-esistenziale, come a dire che l’effetto del presente è sempre la somma gestaltica delle cause del passato; in Andersson è esattamente il contrario, l’assenza di montaggio è esplicitazione di una divergenza, dell’impossibilità di mettere ordine nell’esistenza, poiché ineffabile, incomprensibile.

Un uomo muore su una nave, il problema è che farne della birra integra che aveva già pagato: sono i suoi personali 21 grammi (ricordate Iñarritu, quello di Birdman, ma nel 2001?), il residuato fisico o spirituale che lasciamo nel mondo non appena smettiamo di abitarvici. Il re di un anacronistico esercito si ferma in un bar del XXI secolo perché ha sete e fa una sortita galante al giovinotto dietro il bancone, dietro di lui un esercito di migliaia di cavalli (ma perderanno la guerra, perché eran troppo pochi). Jonathan fa un incubo orrendo, che ricorda Auschwitz: un gruppo di ricchi signori pagano per vedere bruciare altra gente. Tema ricorrente, anche nel cinema più popolar-populistico (vedi “Anarchia – La notte del giudizio”, DeMonaco 2014), ma nel film di Andersson manca la soluzione, è tutto cristallizzato in uno statico immite divenire.

Cinema ossimorico, filmicamente audace, senza montaggio, mai simmetrico (a differenza del quasi omonimo Anderson Wes), sghembo sul profilmico e ferace negli apparati scenici, anacronistico, dai volti obitoriali, a disegnare fantasmi sui quali è bene sghignazzare, perché a prenderli sul serio in fondo c’è il rischio di deprimersi.

Nel mezzo trova posto uno spiraglio di senso: una giovane coppietta amoreggia su una spiaggia desolata, al seguito un cane apatico si fa i fatti suoi. Del piccione non v’è traccia, se non in rari momenti, residuali appunto. Ne parla una bambina affetta da Sindrome di Down, se ne sente il tubare in fuori campo per qualche secondo. Come nell’incantevole dipinto di Brueguel (Cacciatori nella neve, 1565) che pare avere ispirato il film “se ne sta seduto, e pensa”. Meglio per lui (?).