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film italiani

In Oculocentrismo

Loro 1

(Sorrentino 2018).

Chi mi conosce lo sa, io Sorrentino lo digerisco davvero poco. I suoi film mi ricordano quei tanti buzzurri che per sembrare eleganti si vestono di tutto punto, ma poi appena parlano ti accorgi che sono aggraziati come un elefante in una cristalliera. Ecco, “Loro 1”, essendo un film di Sorrentino, è sostanzialmente una buzzurrata, ma stavolta mi sento di dire non tutta da buttare. Intanto bisognerà aspettare la parte 2, dove, presumibilmente, tutti i non detti esploderanno (strategia di marketing questa che fa un po’ girare i cosiddetti). Stando sulla parte 1: la prima mezzora ha degli elementi rispettabili, specie nella parte pre-titolo. E specie se si accettano le solite sorrentinate tipo la capretta che guarda in macchina e che è messa lì perché viva il surrealismo e viva Dalì (tipo il rinoceronte uscito da Jumanji). Scamarcio è bravino, Servillo non assomiglia a Berlusconi ma va bene così, il resto è contorno preso dagli scarti della Grande Bellezza; Il potere è magnetico e insensato, e questa è una buona idea; le tv di berlusconi sono niente più che il nuovo stimolo-risposta modello Skinner/Pavlov solo che al posto delle bistecche ci stanno i culi, le tette, e Forum, e questo è più che veritiero; Berlusconi è una semidivinità che può permettersi di fare qualsiasi cosa perché tanto è circondato da timorati, e mi pare aderente alla realtà; il pueblo, ovviamente, non sembra esistere; quella sorrentiniana è un’ontologia esclusiva trincerata nelle torri di cocaina della politica; unica inserzione della “gente”, il camionista che muore male perché distratto da un ratto, di cui non si parlerà più, perché vale quanto il ratto e questo è tutto.
Insomma, sprazzi di acume, da cui si cavano un po’ di dati positivi, fluttuanti, purtroppo, in un mare di noia, che fatica a stento ad arrivare alla fine. Sospendiamo il giudizio e ne riparliamo a metà Maggio.

In Oculocentrismo

Lo chiamavano Jeeg Robot

Gabriele Mainetti (2016).

“Lo chiamavano Jeeg Robot” ha sicuramente molti pregi, e forse in primis quello stesso di esistere (non è certo il solo, in un mercato di idee che sembra pian piano rialzarsi nel cinema italiano). Il film coniuga felicemente il filone – sempre più genere a sé – della Roma suburbana con l’estetica (e anche, purtroppo, la retorica) supereroistica. Santamaria, discretamente nella parte, si fa (anti)eroe grazie a un curioso incidente con dei misteriosi bidoni in fondo al Tevere, primi elementi di un sottotesto politico graffiante se non addirittura caustico, e si toglie com’è giusto qualche sfizio. Serviranno un amore disfunzionale (con una indecifrabile Ilenia Pastorelli) e un carismatico supercattivo jokeriano (uno straordinario Luca Marinelli) a riportare il Nostro nei binari del cliché supereroistico classico, in un exploit finale capace di destituire tutto il lavoro fatto dal film in precedenza per smarcarsi da certi luoghi comuni. Inevitabile? Non credo. Ma comunque non è poi peccato così mortale cercare di dare al pubblico anche quello che il suo alfabeto vuole, a dosi sempre più ridotte, beninteso.

“Lo chiamavano Jeeg Robot” resta un film gradevolissimo, a tratti commovente e con soluzioni visive più che riuscite (l’abbraccio innamorato sullo sfondo proiettato con l’anime giapponese), a tratti con derive à la Rai Uno (l’abbraccio con la donna scampata con la figlia all’incidente in macchina) che sembrano quasi sopportabili data l’economia generale del film. E Jeeg Robot? Jeeg Robot è l’immaginario sfocato di un luogo senza più fantasia, senza più, appunto, immaginazione…rifugio favolistico e colorato capace di fornire spiegazioni convincenti a una realtà privata di futuro.

In Oculocentrismo

The Pills – Sempre meglio che lavorare

Luca Vecchi (2016).

Ho visto “The Pills – Sempre meglio che lavorare”, e dissento dalla buona parte delle recensioni negative che ho letto sinora. Il film funziona, in un modo tutto suo, e anche se gioco forza è più convincente per chi conosce l’estetica del trio risulta divertente anche per il neofita. Il tema di fondo è davvero trito – la paura di crescere e di fallire, la sindrome di Peter Pan – e afferisce allo sfruttatissimo serbatoio italiano del discorso nostalgico (sembra davvero di vedere “Tre uomini e una gamba” in alcuni passaggi), eppure è declinato in modo originale, con sprazzi di satira a volte davvero esilaranti (il mondo ribaltato dove sono i mendicanti a offrirti un lavoro e tu che lo rifiuti sdegnato) e un’impostazione da teatro dell’assurdo che non si vede spesso nel cinema nostrano (ma neppure estero). Si coglie insomma una sincera progettualità cinematografica di fondo, certamente da affinare in alcuni punti (il bacio nella fontana con fuochi d’artificio a contorno è nauseante), ma che fa ben sperare e che dimostra il talento dei tre romanacci. Speriamo ci siano altre occasioni.