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La trattativa

La trattativa – La rivincita del documentario

Il documentario al cinema è sempre in una qualche misura metacomunicativo; inevitabilmente teso fra un duplice dominio: da un lato racconta una storia, dall’altro riflette su se stesso. Conciliare questi due orizzonti fa paura, e questo è il motivo per cui raramente si vedono documentari al cinema.

Sabina Guzzanti è invece sempre stata piacevolmente metafilmica, e di progetto in progetto è riuscita a smussare gli angoli di un’estetica personale man mano più definita,, dopo una sorta di laboratorio che va da Viva Zapatero! (2005) a Draquila – L’Italia che trema (2010) e altri meno noti. Ne esce fuori un prodotto maturo: La trattativa. Il docufilm si manifesta con orgoglio come forma d’espressione degna e bastante a se stessa. Rompe in maniera diretta la quarta parete, estrinseca la sua dimensione finzionale avvalorando – tramite una sorta di reductio ad absurdum cinematografica – le narrazioni imbastite dalla regista; la cinepresa arretra svelando i dispositivi dell’artificio e annichilendo la sospensione d’incredulità: lo spettatore DEVE sapere di assistere ad una messinscena, ma nel contempo DEVE rendersi conto di come questa sia calco fedele di una realtà così surreale da essere non rappresentabile.

Rappresentare l’irrappresentabile dunque diviene una missione che si muove sui binari paralleli dell’arte e della militanza socio-politica, e il risultato che ne emerge è La trattativa, film in grado di adempiere alle difficili premesse di un così ambizioso progetto. Già, perché se da un lato ovviamente l’opera informa, fa riflettere, traduce intersemioticamente carte processuali e testimonianze in immagini in movimento, dall’altro la suddetta traduzione non si configura come mera trasposizione in termini narrativi ma è anzi risultato di diversi stimolanti esercizi di stile.

Un teatro di posa si fa non-luogo ove allestire lo spazio del rappresentato, e qui, in una diegesi reticolare collocata in diverse ubicazioni spazio-tempo (a riflettere il tentacolare funzionamento del multiforme universo mafioso), attori e personaggi – magistrali – si vedono fusi in figure ibride e schizofreniche, che come l’artista di Starobinski (1983) si fanno presenze a metà, risucchiate nell’universo di una narrazione che buca i confini fra finzione e realtà per causa della vicenda che incarna: la collusione programmatica e sistematica fra Stato e mafie in Italia.

Lo spettatore di contro si trova a balzare fra i diversi strati del racconto cogliendo le discrasie e le idiosincrasie che muovono e hanno mosso gli avvenimenti messi in scena dalla Guzzanti, scortato da un apparato filmico che dà prova della sua coerenza non solo nelle architetture del montaggio e della sceneggiatura, ma anche nel livello delle sue componenti figurative. La fotografia e le scenografie infatti riverberano un’atmosfera di fondo ricolma di quell’amara ironia che strappa qualche risata, ma soprattutto troppi sospiri.

In conclusione – senza dilungarci in aspetti che certamente meriterebbero più di qualche misera riga – La trattativa è prodotto artisticamente rilevante, ermeneuticamente fecondo, socio-politicamente consapevole e, ahinoi, spaventoso. Lapalissiano l’urlo al “flop” mosso da alcuni…d’altronde si tratta di un film certamente scomodo e scarsamente pubblicizzato. Ciò nondimeno chi ama il cinema non può che trovarlo valido per molti motivi che esulano dalle dietrologie, e uscendo dalla sala provare uno strano senso di frattura, a metà fra la soddisfazione estetica e l’afflizione al pensiero che: anche se era tutto finto, è tutto vero.