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La stazione | Blutgletscher

Il primo zombie movie tedesco?

Il terreno dello zombie movie, in questi anni inflazionati dal genere, è scivoloso come una lastra di ghiaccio è proprio il caso di dirlo. Che poi BlutgletscherLa stazione (Marvin Kren) sia uno zombie movie è tutto da dimostrare seppur così lo definisca la sinossi ufficiale del Torino Film Festival.

Un gruppo di scienziati incaricati di studiare i cambiamenti climatici si trovano sulle Alpi austriache in compagnia di Janek (Gerhard Liebmann), esperto del territorio. Durante una delle tante monotone esplorazioni qualcosa di inquietante accade: i ghiacciai iniziano a tingersi di rosso. I poveri aspiranti luminari non lo sanno, ma sono incappati nella polla pulsante di uno strano e pericoloso processo evolutivo. Una qualche imprecisata, e mal motivata, forma unicellulare infetta tutto ciò che tocca andando a modificarne il DNA e producendo strani e famelici esseri ibridi sempre più al limite del bizzarro; inevitabilmente il processo di contagio è destinato a raggiungere – come confermato dal campo lungo finale sui ghiacciai rossi – proporzioni endemiche. Il resto è prevedibile: corsa contro il tempo, momenti splatter purulenti e stomachevoli, qualche colpo di scena di fronte ai fantasiosi (ma perché rabbiosi? Mistero) miscugli zoologici che irrompono dal buio; dalla volpe-scarafaggio all’uomo-zanzara.

Cosa vi sia in tema zombie in La stazione resta un mistero. Semmai paiono evidenti una buona dose di cliché relativi a film e contagio. Non che un bacino tematico si possa dire mai esaurito nel campo dell’espressione artistica, ma c’è da chiedersi con un pizzico di malizia cosa possa aggiungere questo film ai numerosi suoi predecessori, molti dei quali di gran lunga più avvincenti (dai vari [REC] ai 28 giorni e settimane dopo e via discorrendo). Tuttavia facendo un rapido punto quel che emerge dal film di Marvin Kren è in ultima analisi una sorta di Alien in salsa alpina, con buoni riferimenti a La mosca di Cronenberg (entrambe opere eccelse risalenti a svariati decenni fa).

Nondimeno è quasi necessario citare alcune valide intuizioni, le quali faticano però ad essere ricondotte ad una vera e propria intentio auctoris, ed anzi a volte paiono quasi frutto di un colossale fraintendimento. Ci si riferisce qui alla presenza di alcuni elementi nel complesso interessanti: il personaggio della ministra montanara (Brigitte Kren) ad esempio diverte e stupisce, anche se sotto sotto non riesce a nascondere poi così bene una certa qual dose di patriottismo velato – mai visto un politico più altruista. Si aggiunge poi la gradita periodica tendenza, concomitante coi momenti più spiccatamente gore, ad una realizzazione che sembra quasi parodiare i topoi del genere di riferimento, giustificata ad esempio da una realizzazione casalinga dei summenzionati mostri-animali i quali paiono cumuli di posticcia cartapesta. E ancora un solo apparentemente banale sfruttamento di sequenze colorate di rosso a cadenzare i momenti salienti della vicenda, volutamente inserito all’interno di un contesto pesantemente autoriflessivo.

Un’ambigua prova cinematografica è pertanto La stazione, giacché pur presentandosi come film accigliato e demoralizzante fa trasparire da sé una buona razione di sadismo ed autoironia, specie sull’impossibile epilogo che vede la ricongiunzione, dopo una storia d’amore infranta che il film – a sostegno della tesi sul sadismo – non si degna di mostrare allo spettatore, di Janek con Tanja (Edita Malovcic). E i due, non contenti di aver assistito già all’inizio dell’immane distruzione del pianeta, portano via in fasce quello che appare come loro nuovo figlio adottivo: un bimbo-cane risultato dell’ennesima mutazione genetica e nato dallo stomaco del cane morto di Janek. Sì, il lettore ha letto bene, e scena simile vi è in L’alba dei morti viventi (Snyder 2004) dove però il parto genera uno zombie, questa volta nel vero senso del termine.

Accettazione del nuovo destino del mondo da parte di novelli biblici Adamo ed Eva? Follia dilagante in universo narrativo mal congegnato fin dall’inizio? O esercizio metacinematografico volto a schernire fino alla fine uno spettatore preso a metà fra il ridere del film o il ridere di sè, ché alla fine un po’ si è spaventato per davvero?

In conclusione questi ed ulteriori dubbi assalgono lo spettatore di fronte a quello che i redattori del TFF hanno apostrofato come “primo zombie movie tedesco” (?). Ci si accomiata nella fattispecie con quest’ultimo: varrà davvero la pena rivederlo per tentare di risolverli?