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Blackhat

Blackhat. Mann aspetta Godot, ma arriva Thor.

Il cinema di Mann è ibrido. È azione sì, ma col tentativo di incastonarvi laboriosi esercizi di stile. Funziona? A volte. Di certo va apprezzato lo sforzo, quello per inciso di prendere il genere anti-artistico – feticismi trash a parte – per eccellenza (papà dei vari Steven Seagal, Chuck Norris, Van Damme, e mi fermo onde evitare un calcio rotante della tastiera) e farne qualcosa di esteticamente fine.

Come ne esce l’ultimissimo Blackhat (da black hat, e cioè “hacker malintenzionato”) da questo panorama? Sincero, e tuttavia un po’ zoppicante. Sincero perché comunque si coglie un progetto di fondo, eppure zoppicante perché tale progetto è fin troppo etimologico; pro-getta per l’appunto un discorso interessante, ma poi si perde in un bicchiere d’acqua. Le sparatorie ad esempio sono piacevolissime e pure piacevolmente manniane: vi si scorge la pesantezza delle armi (come d’altronde in Nemico pubblico del 2009), il rifiuto di rifarsi al solito approccio videoludico CallOfDuty-style, la voglia di proporre azione realista, finanche neorealista. I personaggi muoiono, o meglio schioppano, senza troppi fronzoli. Realismo, di nuovo, perché se uno perisce durante una sparatoria perisce e basta, senza flashback e ralentoni.

Che cosa manca allora a Blackhat, film di genere contro il proprio genere? La coerenza probabilmente. Quello di Mann è un film schizofrenico, che se da un lato mira in alto spesso cade in basso. Ma un action movie realista ha senso se non sbrodoli coi fondamentali, altrimenti la sospensione dell’incredulità va a farsi benedire.

Nel mondo vero…e poi in Blackhat

Vediamo nello specifico alcune crepine [ALERT SPOILER]:

1. L’eroe è un antieroe, e va bene. Un super hacker in grado di valicare ogni sistema informatico, anche il più blindato. Il nerd dei nerd, l’ur-nerd. E però da quando il mondo è mondo, o sei nerd o sei fisicamente prestante. Lui è nerd, e pure bello quanto Thor. Anzi, tecnicamente È Thor (Chris Hemsworth), alla faccia di Sheldon Cooper. Il realismo scricchiola.

2. Nerd-Thor conosce lei (la sorella bella e nerd, Tang Wei, del co-protagonista asiatico bello e nerd, Leehom Wang), nel giro di una giornata si innamorano alla follia. Per carità, lei subisce il suo fascino, e lui viene da anni di cella di isolamento. Ma la loro non è passione da “prossimità di stimolo”, bensì amore puro, infrangibile, eterno. Il realismo geme, la drammaturgia urla di dolore.

3. Sparatorie bellissime allietano la visione, ma fino alla fine manco per sbaglio viene colpito uno dei cattivi. Poi Thor-nerd in cinque minuti, nel bel mezzo di una sorta di capodanno indonesiano (o qualcosa di simile) nei pressi della notoriamente sovrappopolata Giacarta, riesce DA SOLO a sterminare tutti i cattivi (boss compreso) a colpi di cacciavite e coltellino svizzero, sopravvivendo ai colpi di armi da fuoco – presumibilmente belliche – con una sciarpa arrotolata sul collo e delle riviste sull’addome. Ok, il realismo è morto, buonanima il promettente piano sequenza iniziale fra i circuiti integrati del computer; e probabilmente su una panchina indonesiana due vagabondi aspettano Godot.

Detta in soldoni (e che soldoni visti i 70 milioni di budget), Mann ha le potenzialità ma non si applica. Rimandato a Settembre.