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Welc(H)ome

Ciao a tutti,

sono Bruno Surace, Ph.D in Semiotica e Media con una tesi sui regimi e registri della destinalità nel cinema e professore titolare del corso di Semiotica generale presso l’Università di Torino (se ti interessa guarda qui). Mi sono precedentemente laureato, a Torino, in Scienze della comunicazione e Comunicazione e culture dei media, con due tesi rispettivamente sul non filmabile e sul fascino del cadavere nella cronaca nera.

Sono cultore della materia L-ART/06 (Cinema, fotografia, televisione), ma pubblico anche nel settore M-FIL/05 (Filosofia e teoria dei linguaggi). Devo avere qualche altro titolo, ma ora non me lo ricordo.

Nella prima metà del 2017 sono stato visiting scholar allo UCC (University College Cork, Irlanda), dove ho fatto ricerca, tenuto seminari per gli studenti locali, partecipato a conferenze, ma soprattutto visto le scogliere irlandesi. Ho tenuto lezioni anche da altre parti in Europa, come in Lituania, Germania, Cipro, Portogallo, ma pure in Cina e in molte città italiane, e così via.

In questi anni ho pubblicato in molte riviste scientifiche, spesso come si dice nell’accademia peer reviewed.

Sono in fase di pubblicazione di una monografia su cinema e destinalità. Ho co-curato un libro su catastrofi e media (se ti interessa guarda qui). Sto curando un libro sulla percezione del Giappone in occidente e un altro sul dialogo culturale fra Cina e Italia.

Mi occupo sempre, in qualche modo, di cinema, semiotica, media studies, estetica. Queste parole, messe assieme (e secondo me vanno messe assieme), sono il fil rouge che mi consente di lavorare su molti oggetti. Quando non guardo i film mi faccio guardare da loro.

Poi di tanto in tanto suono la chitarra o il basso elettrico, scribacchio, faccio giochi da tavolo, colleziono libri, controllo che l’automobile sia chiusa, spengo e riaccendo la luce diciassette volte, mi arrabbio con la gatta che mi sveglia di notte ma poi l’accarezzo e ci riaddormentiamo.

Questo sito (che ha costruito Elisa, e la ringrazio) è una panoramica delle mie attività. Ci sono i miei contatti, quindi se volete sapete come trovarmi. C’è il mio curriculum. E un po’ di brunate varie. E qui sotto una specie di manifesto.

Bruno


Sogno, o son desto?

L’amletica (?) domanda ci attornia da secoli. È un mantra scontato, declamate “Sogno” e una qualche eco chiuderà la sentenza con “o son desto?”. Eppure tracciarne la genealogia non è così agevole. Molti usano attribuire le origini della questione a Cartesio, che nel Discours de la méthode scriveva:

[…] La consistenza delle mie credenze prima che io riesca a trovare una chiave, la consistenza di ogni mia credenza non è mai distinguibile in linea di principio dalla consistenza dei sogni. Io non so mai se sogno o son desto. Non ho un punto d’appoggio su cui basarmi per dire: ciò è vero o è falso.

Un enigma intrigante, che noncurante delle mode del pensiero le ha sezionate tutte, fondando forse la metafisica prima e ultima, quella ove l’ossessione per il dubbio pone il sonno e la veglia in una polla indistinta, una vasca per cervelli come quella di Hilary Putnam (era il 1981, ma non ci si era mossi dall’impasse cartesiano).

Lungi da me poter dire qualcosa di utile a dirimere l’indirimibile, ma qualcosa da dire – apparirò tautologico – ce l’ho, e cioè che nonostante lo stigma postmoderno, il posto della filosofia è sempre lì, fluido e granitico nel contempo. Lo dimostra in fondo la sua capacità di interpolarsi coi domìni (o dòmini?) dell’arte. E così l’istanza trasloca da Cartesio a Mozart, che apre il recitativo dell’aria per tenori K.431/425b con questo verso: “Misero! O sogno, o son desto?”. Più ardito è Richard Sanderson con la sua Reality (ma sì proprio quella, quella del Tempo delle mele), che sposta l’ago con l’arcinoto “Dreaaaams, are my realityyy”, ma poi ci ripensa e la pasticcia un po’ troppo, riportandoci punto e a capo: “The only kind of reeeeal, faaantasy”. E siamo ancora lì, nonostante i Christopher Nolan (ma i Tarkovskij?), i Banksy (ma i De Chirico?), i Freud (ma i Lacan?).

È una grana sottile, attorno a cui vortichiamo affannosamente, tutto sommato direi divertendoci non poco, specie da quando è arrivata la semiotica, spostando il mirino dal vero al verosimile, cioè dal sogno al segno. Ecco dunque che si dipana la questione con uno sbandamento di prospettiva (controllato, di quelli degli stuntman): se anziché continuare a provare a far luce verso la fine della spirale, non ci concentrassimo su come questa è costruita, su come ci porta al centro, su come fa ad avere senso? Certo, forse quel buio non cesserebbe mai di essere nero come la pece, come si dice, “pesto”, ma resterebbe sempre succulento, già che di pesto parliamo, come il pregiato condimento ligure.

Se alla domanda non c’è risposta, forse è bene cambiare domanda.

Segno, o son pesto?